The Beckett Wrestling Society
#27
by
Alessandro Saracca
“SLAPHAPPY:
PRIDE, PREJUDICE AND PROFESSIONAL WRESTLING”
Thomas Hackett
2006, Inglese
*****
Thomas Hackett
aveva collaborato con riviste come Rolling Stones ed il New York Times Magazine
(pubblicazioni che poco hanno a che fare con il pro-wrestling) prima di
imbarcarsi in questa avventura. Nello specifico cercare di capire perché il
wrestling abbia così tanto successo, su quali istinti faccia leva per spingere
così tante persone davanti ai teleschermi e nelle arene, cosa lo renda così
particolare da renderlo tanto odiato e tanto amato allo stesso tempo.
Solo che, invece di farlo bazzicando su internet e prendendo per oro colato i
commenti dei presunti esperti che pullulano sul web, Hackett preferisce farlo
calandosi in prima persona nel mondo del wrestling, sia esso indipendente o
main-stream, prendendo parte agli shows della WCW, della vecchia ECW e della WWE
nonché a quelli di federazioni semi-sconosciute che pagherebbero pur di avere
cinquanta spettatori paganti. Oppure viaggiando e parlando direttamente con i
fan, con lottatori che non sfonderanno mai e lottatori affermati come The Rock,
ed ascoltando i pareri di chi il wrestling lo vive tutti i giorni, come pagante
o come protagonista.
Il rischio era che ne venisse fuori il solito volume ripieno di frasi fatte,
privo di rispetto per il prodotto ed avente come unico scopo quello di denigrare
questa disciplina. Con molta intelligenza, invece, Hackett riesce a fissare il
punto di vista del narratore esattamente nel mezzo, laddove il critico più
spietato non si spinge e laddove la passione viene privata di tutti quegli
estremismi che purtroppo rendono impossibile il dialogo.
Quello che ne viene fuori è così un prodotto altamente intelligente, ben
scritto, che per una volta parla di wrestling in maniera diversa ma non meno
affascinante rispetto alle classiche biografie a cui siamo stati abituati.
Impreziosito dalle parole di lottatori come il già citato The Rock, Mick Foley e
persino Sandman, il libro può essere una buona ragione per mettersi a riflettere
sul fenomeno wrestling e per affrontare tematiche diverse (ma non meno
interessanti) rispetto a quelle che ruotano soltanto accanto ai push e ai
risultati.
Alcune considerazioni potranno risultare scomode, altre fin troppo
entusiastiche, le persone intervistate potranno ogni tanto dare al lettore idee
distorte su quello che accade dietro le quinte, ma sicuramente una volta
terminata la lettura le pagine non passeranno indisturbate.
Hackett non diventerà un fan, ed una volta terminato il volume probabilmente
avrà smesso di seguire il wrestling. Questo, però, non gli ha impedito di
sviluppare una certa curiosità verso il business nonché una strana forma di
rispetto per chi ne fa parte, un rispetto a volte inspiegabile ma comunque
presente e che non si può ignorare.
Se avete voglia di qualcosa di differente, e perché no voglia di mettere in
gioco i vostri punti saldi per ciò che riguarda questo sport, allora vale la
pena dare una letta alle quasi trecento pagine questo volume. Perché
probabilmente capiterà troppo lontano che qualcuno abbia il coraggio di
affrontare questa disciplina da un punto di vista diverso dalla classica
“buffonata”, rifiutandosi di rispondere ad una domanda davanti alla quale
persino Dave Meltzer è dovuto capitolare: “Perché segui il wrestling?”
“Non lo so, per questo scrivo. Spero un giorno di trovare la risposta”.
Parole del più prolifico scrittore americano sul pro-wrestling, non mie.
“FIRST
LADY OF WRESTLING”
Missy Hyatt w/ Charles Salzberg & Mark
Goldblatt
2001, Inglese
*****
“Credo di essere l’unico uomo nel
mondo del wrestling che non è stato a letto con Missy Hyatt” (Kevin Nash)
Basterebbe forse questa frase per dare un’idea generale di quello che questo
First Lady Of Wrestling cerca di proporre ai lettori. Perché ad onor del vero
Missy Hyatt è realmente stata la “first lady”, quella che senza neanche saperlo
ha spalancato le porte alle attuali Divas e alle attuali Knockouts, solo che non
è questo il punto centrale del libro.
O per lo meno lo è fino a quando Missy fa coppia con Eddie Gilbert, ed insieme a
quello che a conti fatti rimarrà l’unico reale compagno della sua vita gira per
l’America ottenendo sempre più consensi, fino ad arrivare anche alla corte di
Vince McMahon, che le offre di sostituire il vacante Piper’s Pit con un segmento
tutto suo.
Nel momento in cui Gilbert, però, non viene preso in considerazione dall’allora
WWF preferendo così un ruolo come booker nella UWF, sancendo così l’inizio della
rottura di un sodalizio così fruttuoso (sia nel business sia a livello
personale), la carriera di Missy subisce un lento ma inesorabile tracollo e
purtroppo il volume (di per se già abbastanza ristretto, circa centosessanta
pagine…) non fa la differenza.
Che sia la ECW, che sia il figlio di Bill Watts, che sia qualche attore di
sit-com oppure qualche giocatore di hockey, il resto del libro è una sorta di
lista (senza particolari piccanti, nel caso qualcuno fosse interessato…) di
tutte le persone con cui Missy ha avuto rapporti di tipo fisico, con qualche
giudizio sparso qua e là e, fondamentalmente, molta noia per il malcapitato
lettore (io, in questo caso).
Un peccato, se vogliamo, perché il modo in cui Missy ha saputo farsi strada in
un business dominato in lungo e in largo dagli uomini avrebbe forse meritato più
spazio, specialmente per tutte le politiche da backstage che imperavano
all’epoca e per le difficoltà che una donna doveva incontrare se voleva ottenere
un po’ di attenzione, ma evidentemente soltanto un pensiero si agita sotto alla
voluminosa chioma di Missy e questo libro non poteva fare eccezione.
E se è vero che Superstar Billy Graham può avere il rimorso di essere arrivato
un ventennio troppo presto, lo stesso potrebbe fare Missy Hyatt, che ha infatti
visto quel successo che non è stata in grado di afferrare finire in mano di
Sunny prima e delle varie Terri e Lita poi.
Perché, poi, siano servite ben due persone per scrivere queste pagine è domanda
troppo grossa per sperare in una risposta, ma vale la pena citare la
conclusione, nella quale scopriamo che la gimmick interpretata da Val Venis non
era altro che… beh, una gimmick, visto che secondo Missy “it was the shortest,
lamest sex I’ve ever had”.
E lo dice un esperta, anche se più di lottatori che non di wrestling vero e
proprio.
Un consiglio? Lasciate perdere, c’è molto di meglio in giro.
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