Con la guerra che supera le cinque settimane, si può iniziare a fare dei bilanci.
Non ci voleva una grande scienza militare per capire dove si stava andando a parare e infatti potrei tranquillamente riquotare tutto il mio messaggio del 28 Febbraio pari pari.
Hard Is Ono ha scritto: ↑28/02/2026, 11:24
L'obiettivo militare USA e Israele è di distruggere quante più rampe di lancio missilistico, siti nucleari e di uccidere quanti più leader possibili nel più breve tempo possibile, sperando in uno sgretolamento.
Se l'Iran dovesse resistere più di due settimane, l'inerzia della guerra potrebbe cambiare, perché lo sforzo economico USA è davvero molto grande e basta un missile che colpisce una portaerei per mandare in fumo milioni di dollari.
Inoltre se l'Iran dovesse resistere al primo attacco, potrebbe ricorrere ad una guerra ibrida, chiudere stretto di Hormutz, riprendere attacchi tramite i propri proxy.
Ad oggi si può dire che per USA e Israele questa guerra è un fallimento con pochi precedenti nella storia post-1991. Direi nessuno.
Nessuno degli obiettivi militari (regime change, annientamento della capacità militare iraniana, annientamento della capacità di arricchimento uranio iraniana) e delle tempistiche (da 3 giorni a 2 settimane) dettate ad inizio guerra è stato neanche lontanamente raggiunto.
Per quanto profonda l'infiltrazione CIA e Mossad nei regimi della regione, sembra che non sappiano che farsene dell'intelligence che raccolgono, visto che non sono capaci di capire come funzionano questi regimi, come dimostra la dichiarazione di un generale israeliano di un paio di giorni fa che hanno "sottovalutato Hezbollah".Di regime change non c'è neanche l'ombra. I regimi come quello iraniano o un'organizzazione come quella di Hezbollah non sono verticali nel senso tradizionale del termine, rappresentano e sono incarnati da un settore sociale. Non basta far fuori il vecchio di turno per decapitarli.
Il paradosso è che la guerra ha rafforzato il regime iraniano, non lo ha indebolito. Sia perché ha sostituito la vecchia leadership con una ora disposta a tutto pur di sopravvivere, mentre i precedenti erano esattamente quelli che si erano seduti a trattare, sia perché ha fatto piazza pulita delle proteste perché il regime sta chiaramente facendo leva sul fatto che l'alternativa a loro è una situazione come Iraq, Afghanistan o Siria, di prolungata barbarie e guerra civile.La ciliegina sulla torta è stato l'appello di Netanyahu, letteralmente l'essere umano più disprezzato sulla faccia della terra, all'insurrezione. Se qualcuno aveva ancora dei dubbi, ha rinunciato ad ogni proposito dopo quella scena grottesca.
Militarmente, l'Iran è ancora capace di sparare e ferire. Israele ha esaurito molte scorte di missili intercettori che ora concentra sulle grandi città, come dimostrano i ripetuti attacchi iraniani a segno in zone più periferiche e in città più piccole. L'abbattimento dei caccia USA dimostra infine che la pretesa superiorità aerea americana è limitata al confronto diretto tra aerei da guerra, non una vera invincibilità nei cieli.
In questo momento l'Iran ha il coltello dalla parte del manico, realisticamente è più l'Iran oggi a non volere un cessate il fuoco, che non gli USA. Dopo due attacchi durante le trattative, il regime iraniano è difficilmente disposto a tornare ai tavoli come se niente fosse accaduto, nella loro logica ora vogliono "impartire una lezione" agli americani. Il caos in corso in Iraq e sulle altre basi americane dei paesi del golfo rende tutto abbastanza chiaro.
Il controllo dello stretto di Hormuz assicura poi all'Iran una capacità di pressione internazionale enorme, rendendo la guerra di Trump e Netanyahu disprezzata a varie latitudini.
Le conseguenze economiche della guerra stanno prendendo le prime pagine dei giornali, con la crisi energetica e tutto il resto. Il punto è che queste conseguenze sono qui per restare, anche se la guerra finisse oggi, non si tornerebbe alla normalità prima di un periodo molto lungo e specialmente per l'agricoltura le conseguenze si misureranno negli anni.
Questo avrà impatto in almeno tre direttrici: la prima è il sudestasiatico e in generale i paesi del sud del mondo, già stravolti da ribellioni o rivoluzioni incomplete (Indonesia, Bangladesh, Nepal, Madagascar, Myanmar, Sri Lanka eccetera) sono tra i paesi che più di tutti subiranno direttamente peggioramenti drastici nelle condizioni di vita della gente comune come diretta conseguenza della guerra.
In secondo luogo, la guerra dimostra l'insignificanza e l'impotenza dell'Europa, che si prepara al secondo shock economico in pochi anni, pagando i costi di guerre su cui non ha avuto la possibilità di mettere bocca o di dire alcunché. E' il prezzo da pagare per l'assoggettamento verso gli USA che i paesi europei stanno affrontando in questi anni. Nuove misure di austerità e una nuova crisi di inflazione apriranno nei prossimi anni inevitabilmente un nuovo ciclo di lotte e movimenti anche nel vecchio e stanco continente.
Infine, l'epicentro di questo terremoto politico e sociale sono gli USA, dove la crisi si approfondisce ora dopo ora, con Trump al minimo storico di consenso e una polarizzazione sociale senza precedenti come dimostrato un paio di mesi fa con la vicenda ICE in Minnesota.La coalizione elettorale che ha sostenuto Trump si sta spaccando su linee di classe come conseguenza del combinarsi della crisi e della guerra e ogni parte in causa sarà spinta a esacerbare le proprie posizioni, compresi avventurismi reazionari e semifascisti.
Per una futura retrospettiva, possiamo tranquillamente dire che sui libri di storia ci sarà scritto che l'inizio della fine di Trump coincide con l'inizio della guerra in Iran.
Quel che è certo è che la rivolta di Minneapolis è letteralmente una finestra aperta sul futuro degli USA: non c'è modo per gli USA di attraversare questa fase senza uno scontro sociale esplicito e aperto di cui protagonisti saranno i lavoratori e le lavoratrici americane.