Spero tutto bene nel real, è l’unica cosa che conta.Inklings ha scritto: ↑04/08/2023, 21:09 Ho mollato un attimo il topic un po’ per l’estate, un po’ per robe di lavoro e un po’ perché il periodo in generale è stato “bruttarello” e mi ha fatto perdere la voglia di fare molte cose, ma prima o poi lo riprendo.
Quindi diciamo che sono in pausa per ampliare le mie letture, dai (e mi sono concesso una rilettura/audiolibro di Singer, che ha sempre il suo perché).
I Saggi del Cuore: letture e idee che lasciano un segno
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Re: I Saggi del Cuore: letture e idee che lasciano un segno
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Re: I Saggi del Cuore: letture e idee che lasciano un segno
Grazie per il pensiero, lo apprezzo.CombatZoneWrestling ha scritto: ↑12/09/2023, 22:00 Spero tutto bene nel real, è l’unica cosa che conta.
Per fortuna non era nulla di specifico, ma “solo” il solito periodo in cui la depressione si fa sentire un po’ di più.
Alla fine è comunque gestibile e passa, solo che sul momento non ho troppe energie, mi risulta difficile mettere la mente su più cose e, dovendo lavorare, purtroppo ci vanno di mezzo il tempo libero e gli hobby.
Adesso va bene comunque
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Re: I Saggi del Cuore: letture e idee che lasciano un segno
Dai meno male, in bocca al lupacchiotto InkInklings ha scritto: ↑12/09/2023, 23:21 Grazie per il pensiero, lo apprezzo.
Per fortuna non era nulla di specifico, ma “solo” il solito periodo in cui la depressione si fa sentire un po’ di più.
Alla fine è comunque gestibile e passa, solo che sul momento non ho troppe energie, mi risulta difficile mettere la mente su più cose e, dovendo lavorare, purtroppo ci vanno di mezzo il tempo libero e gli hobby.
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Re: I Saggi del Cuore: letture e idee che lasciano un segno
Purtroppo la roulette ha girato e la perdita del wallpost causa maledetto sito ha colpito anche me.
Vado con un tl:dr
Polanyi potrebbe piacerti per le stesse ragioni per cui per me non serve a niente (per non dire apertamente che è un nemico, ecco).
Non è un fesso e non dice solo scempiaggini, ma il suo è il classico spirito riformatore e critico assolutamente fuori tempo massimo. Puoi trovarci un po' di consolazione su quanto è brutto il mercato se lasciato a sé stesso (ma solo se lasciato a sé stesso) e quanto ci sono forze sociali che operano un sano controbilanciamento.
E' diventato (suo malgrado?) un riferimento delle critiche al cosiddetto neoliberismo.
Ma tutto il suo spirito critico (per me talvolta molto ingigantito) appartiene ad un mondo che, come ho cercato di spiegare nel topic Politica estera, semplicemente non esiste più e le sue sono ricette per il nulla.
PS In bocca al lupo per le cose della vita.
Vado con un tl:dr
Polanyi potrebbe piacerti per le stesse ragioni per cui per me non serve a niente (per non dire apertamente che è un nemico, ecco).
Non è un fesso e non dice solo scempiaggini, ma il suo è il classico spirito riformatore e critico assolutamente fuori tempo massimo. Puoi trovarci un po' di consolazione su quanto è brutto il mercato se lasciato a sé stesso (ma solo se lasciato a sé stesso) e quanto ci sono forze sociali che operano un sano controbilanciamento.
E' diventato (suo malgrado?) un riferimento delle critiche al cosiddetto neoliberismo.
Ma tutto il suo spirito critico (per me talvolta molto ingigantito) appartiene ad un mondo che, come ho cercato di spiegare nel topic Politica estera, semplicemente non esiste più e le sue sono ricette per il nulla.
PS In bocca al lupo per le cose della vita.
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Re: I Saggi del Cuore: letture e idee che lasciano un segno
Grazie HiO per la risposta.
Sì, diciamo che è un po' di tempo che cercavo di approcciare l'economia, e avendo un debole per le robe storico-genealogiche mi pareva che Polanyi (almeno nell'articolo che ho letto) avesse un po' un taglio di questo tipo rispetto al "market system".
Comunque visto che ci sono provo a riprendere un attimo il topic, vediamo se ce la faccio.
28/52
Ripartiamo con una lettura recente, un saggio abbastanza carino e non particolarmente impegnativo che mi ha accompagnato in spiaggia.
Michael Pollan è giornalista e insegnante universitario a Berkeley. Scrittore abbastanza prolifico, si occupa prevalentemente di temi riguardanti l'alimentazione e la botanica. Come stile siamo in quel taglio a metà tra la cronaca e il saggio scientifico (che io apprezzo molto) già visto con gente come David Quammen e Mark O'Connell.
Lo scopo del saggio è quella di analizzare e confrontare le diverse linee di produzione e consumo (negli USA, ma il meccanismo è affine nel mondo industriale) dei prodotti alimentari del mondo contemporaneo, indagandone i processi, le cause storiche, le criticità e la sostenibilità economica, salutistica e ambientale*. Il dilemma dell'onnivoro a cui si fa riferimento nel titolo è dovuto al fatto le specie di questo tipo (come noi), non essendo "costrette" ad un unico tipo di alimenti, si trovano a dover operare delle scelte continue relativamente alla propria dieta. Idealmente, la dieta onnivora costituisce un vantaggio evolutivo perché permette un grande opportunismo quando alcune risorse non sono disponibili (pensiamo ai topi); ma nel mondo contemporaneo l'offerta alimentare umana è talmente diversificata (in apparenza, come mostra il proseguo del saggio) ed elaborata da portare ad una situazione in cui per decidere cosa mangiare diventa quasi necessario doversi informare su come il cibo venga prodotto, a meno di non correre rischi per la propria salute (sia perché come onnivori necessitiamo di molti nutrienti diversi, sia perché la produzione del nostro cibo può risultare non idonea al nostro fabbisogno) o di consumare alimenti di cui non approveremmo i sistemi di produzioni se ne conoscessimo più a fondo il funzionamento.
Il libro si articola in 3 parti: catena industriale, catene del biologico (diviso a sua volta in due linee di produzione molto diverse, il biologico industriale e il "biologico" locale) e catena personale. Nelle varie sezioni, l'autore passa del tempo e lavora a stretto contatto con agricoltori, produttori e investitori, cosicché il libro si articola tra lunghe interviste, trattazioni di stampo più scientifico e analitico (sempre molto documentate) e riflessioni personali. A coronamento di ogni parte, un bel pasto con tutti alimenti derivanti dalla catena in esame, con dovizia di particolari.
La prima mostra il passaggio che porta dalla produzione (a monocoltura) del mais fino ai prodotti dei "normali" supermercati, passando per gli allevamenti intensivi (dove il bestiame è allevato nei feedlots con mangimi a base di mais e soia, per varie ragioni). La catena industriale è analizzata anche da un punto di vista storico e politico, mostrando come si sia potuta installare scavalcando i metodi precedenti e come sia favorita e difesa da una serie di provvedimenti politici quali forme di sussidio per i coltivatori di mais (che in realtà favoriscono ovviamente le multinazionali produttrici di prodotti a base di mais e la carne). Piccola gemma il capitolo dedicato alla storia e l'evoluzione del mais, molto dettagliato e ben scritto**, così come i paragrafi più scientifici dedicati ai fertilizzanti azotati.
Le seconda parte tratta prima del biologico industriale, cioé di quella produzione alimentare che sfrutta i processi e i metodi intensivi, ma si "premura" di utilizzare prodotti già presenti in natura, cioé non sintetizzati artificialmente (es. fertilizzanti naturali), sia per la coltivazione che per l'allevamento del bestiame. L'autore è molto critico di questa corrente perché, sebbene queste pratiche permettano di ottenere alimenti più sani (almeno più sani rispetto all'industriale standard) mantenendo produzioni molto efficienti, il bisogno di mantenere tali standard di produzione unito ad una regolamentazione volutamente permissiva su alcuni aspetti ha portato allo sviluppo di più di una criticità relativamente all'effettiva salubrità di certi alimenti, sul benessere degli animali impiegati*** e della sostenibilità dei metodi di produzione e trasporto****.
Si passa poi al locale (i nostri KmO, Slow Food, etc.), incarnati nella figura dell'eclettico Joel Salatin (coltivatore inventore e scrittore di molti libri), presso cui l'autore passa una settimana di lavoro. Qui siamo in sistemi che promuovo la policoltura e l'utilizzo attivo delle relazioni ecologiche tra le varie specie allevate e i terreni coltivati e lasciate ai pascoli, con interessantissime pagine dedicate ai rapporti e funzioni dei boschi per i pascoli, dei manzi per le galline e viceversa, dei maiali per il compost, etc. Non esattamente per persone sensibili la parte in cui racconta della macellazione dei polli, cui lui stesso sceglie di partecipare (con molta titubanza). Si vede abbastanza la predilezione dell'autore per questa catena di produzione, per vari motivi.
La quarta parte è quella un po' più debole, anche perché non si rivolge ad una catena vera e propria. Qui Pollan, con l'aiuto di alcuni maestri, cerca di ottenere le skills necessarie a preparare (dopo qualche mese), un pasto in cui tutti i prodotti siano il frutto di attività e "produzioni" personali: raccolta di funghi, coltivazione, fermentazione, caccia, etc. Insomma, una versione modernizzata e molto maldestra di Walden, che però ha il merito di essere abbastanza divertente, leggera e di avere comunque qualche riflessione interessante (quella sul vegetarianesimo un po' meno, ma il punto del libro era un altro quindi tutto sommato va bene).
In conclusione, è un saggio che consiglio soprattutto per l'analisi delle catene alimentari, che sono indagate attraverso tante lenti diverse e forniscono un bel quadro di insieme sulla questione. Nonostante la perorazione più o meno celata sul "locavorismo", su cui avrei qualche perplessità*****, la posizione dell'autore è comunque interessante e non inficia la ricezione del libro su quello che per me è il tema centrale: la consapevolezza alimentare. Pollan argomenta che il consumo di alimenti industriali si basa in realtà, per molte persone, su una tenace e indisturbata ignoranza (o autodifesa?) rispetto ai modi in cui tale cibo arriva nei supermercati e nei nostri piatti. Secondo l'autore, informarsi su tale questione non impone necessariamente alcuna specifica presa di posizione etica (cioè non sarebbe necessario diventare vegani o smettere di acquistare nei supermercati); anzi, secondo lui si può continuare ad essere "pienamente onnivori" proprio attraverso una maggiore consapevolezza del mondo in cui gli alimenti vengono prodotti, della relazione che essi hanno con la storia remota e recente della nostra specie, con gli ambienti in cui viviamo, con la nostra salute. Solo così, infatti, un onnivoro può sperare di poter prendere una decisione e "rispondere" al dilemma di cosa mangiare.
NOTE:
Sì, diciamo che è un po' di tempo che cercavo di approcciare l'economia, e avendo un debole per le robe storico-genealogiche mi pareva che Polanyi (almeno nell'articolo che ho letto) avesse un po' un taglio di questo tipo rispetto al "market system".
Comunque visto che ci sono provo a riprendere un attimo il topic, vediamo se ce la faccio.
28/52
Ripartiamo con una lettura recente, un saggio abbastanza carino e non particolarmente impegnativo che mi ha accompagnato in spiaggia.
Michael Pollan è giornalista e insegnante universitario a Berkeley. Scrittore abbastanza prolifico, si occupa prevalentemente di temi riguardanti l'alimentazione e la botanica. Come stile siamo in quel taglio a metà tra la cronaca e il saggio scientifico (che io apprezzo molto) già visto con gente come David Quammen e Mark O'Connell.
Lo scopo del saggio è quella di analizzare e confrontare le diverse linee di produzione e consumo (negli USA, ma il meccanismo è affine nel mondo industriale) dei prodotti alimentari del mondo contemporaneo, indagandone i processi, le cause storiche, le criticità e la sostenibilità economica, salutistica e ambientale*. Il dilemma dell'onnivoro a cui si fa riferimento nel titolo è dovuto al fatto le specie di questo tipo (come noi), non essendo "costrette" ad un unico tipo di alimenti, si trovano a dover operare delle scelte continue relativamente alla propria dieta. Idealmente, la dieta onnivora costituisce un vantaggio evolutivo perché permette un grande opportunismo quando alcune risorse non sono disponibili (pensiamo ai topi); ma nel mondo contemporaneo l'offerta alimentare umana è talmente diversificata (in apparenza, come mostra il proseguo del saggio) ed elaborata da portare ad una situazione in cui per decidere cosa mangiare diventa quasi necessario doversi informare su come il cibo venga prodotto, a meno di non correre rischi per la propria salute (sia perché come onnivori necessitiamo di molti nutrienti diversi, sia perché la produzione del nostro cibo può risultare non idonea al nostro fabbisogno) o di consumare alimenti di cui non approveremmo i sistemi di produzioni se ne conoscessimo più a fondo il funzionamento.
Il libro si articola in 3 parti: catena industriale, catene del biologico (diviso a sua volta in due linee di produzione molto diverse, il biologico industriale e il "biologico" locale) e catena personale. Nelle varie sezioni, l'autore passa del tempo e lavora a stretto contatto con agricoltori, produttori e investitori, cosicché il libro si articola tra lunghe interviste, trattazioni di stampo più scientifico e analitico (sempre molto documentate) e riflessioni personali. A coronamento di ogni parte, un bel pasto con tutti alimenti derivanti dalla catena in esame, con dovizia di particolari.
La prima mostra il passaggio che porta dalla produzione (a monocoltura) del mais fino ai prodotti dei "normali" supermercati, passando per gli allevamenti intensivi (dove il bestiame è allevato nei feedlots con mangimi a base di mais e soia, per varie ragioni). La catena industriale è analizzata anche da un punto di vista storico e politico, mostrando come si sia potuta installare scavalcando i metodi precedenti e come sia favorita e difesa da una serie di provvedimenti politici quali forme di sussidio per i coltivatori di mais (che in realtà favoriscono ovviamente le multinazionali produttrici di prodotti a base di mais e la carne). Piccola gemma il capitolo dedicato alla storia e l'evoluzione del mais, molto dettagliato e ben scritto**, così come i paragrafi più scientifici dedicati ai fertilizzanti azotati.
Le seconda parte tratta prima del biologico industriale, cioé di quella produzione alimentare che sfrutta i processi e i metodi intensivi, ma si "premura" di utilizzare prodotti già presenti in natura, cioé non sintetizzati artificialmente (es. fertilizzanti naturali), sia per la coltivazione che per l'allevamento del bestiame. L'autore è molto critico di questa corrente perché, sebbene queste pratiche permettano di ottenere alimenti più sani (almeno più sani rispetto all'industriale standard) mantenendo produzioni molto efficienti, il bisogno di mantenere tali standard di produzione unito ad una regolamentazione volutamente permissiva su alcuni aspetti ha portato allo sviluppo di più di una criticità relativamente all'effettiva salubrità di certi alimenti, sul benessere degli animali impiegati*** e della sostenibilità dei metodi di produzione e trasporto****.
Si passa poi al locale (i nostri KmO, Slow Food, etc.), incarnati nella figura dell'eclettico Joel Salatin (coltivatore inventore e scrittore di molti libri), presso cui l'autore passa una settimana di lavoro. Qui siamo in sistemi che promuovo la policoltura e l'utilizzo attivo delle relazioni ecologiche tra le varie specie allevate e i terreni coltivati e lasciate ai pascoli, con interessantissime pagine dedicate ai rapporti e funzioni dei boschi per i pascoli, dei manzi per le galline e viceversa, dei maiali per il compost, etc. Non esattamente per persone sensibili la parte in cui racconta della macellazione dei polli, cui lui stesso sceglie di partecipare (con molta titubanza). Si vede abbastanza la predilezione dell'autore per questa catena di produzione, per vari motivi.
La quarta parte è quella un po' più debole, anche perché non si rivolge ad una catena vera e propria. Qui Pollan, con l'aiuto di alcuni maestri, cerca di ottenere le skills necessarie a preparare (dopo qualche mese), un pasto in cui tutti i prodotti siano il frutto di attività e "produzioni" personali: raccolta di funghi, coltivazione, fermentazione, caccia, etc. Insomma, una versione modernizzata e molto maldestra di Walden, che però ha il merito di essere abbastanza divertente, leggera e di avere comunque qualche riflessione interessante (quella sul vegetarianesimo un po' meno, ma il punto del libro era un altro quindi tutto sommato va bene).
In conclusione, è un saggio che consiglio soprattutto per l'analisi delle catene alimentari, che sono indagate attraverso tante lenti diverse e forniscono un bel quadro di insieme sulla questione. Nonostante la perorazione più o meno celata sul "locavorismo", su cui avrei qualche perplessità*****, la posizione dell'autore è comunque interessante e non inficia la ricezione del libro su quello che per me è il tema centrale: la consapevolezza alimentare. Pollan argomenta che il consumo di alimenti industriali si basa in realtà, per molte persone, su una tenace e indisturbata ignoranza (o autodifesa?) rispetto ai modi in cui tale cibo arriva nei supermercati e nei nostri piatti. Secondo l'autore, informarsi su tale questione non impone necessariamente alcuna specifica presa di posizione etica (cioè non sarebbe necessario diventare vegani o smettere di acquistare nei supermercati); anzi, secondo lui si può continuare ad essere "pienamente onnivori" proprio attraverso una maggiore consapevolezza del mondo in cui gli alimenti vengono prodotti, della relazione che essi hanno con la storia remota e recente della nostra specie, con gli ambienti in cui viviamo, con la nostra salute. Solo così, infatti, un onnivoro può sperare di poter prendere una decisione e "rispondere" al dilemma di cosa mangiare.
NOTE:
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Re: I Saggi del Cuore: letture e idee che lasciano un segno
29/52
Saggio che ha fatto scuola questo, dedicato agli amici storici
Diamond è uno di quegli studiosi molto versatili, che nella vita si è occupato di tante cose diverse, dagli uccelli (ho letto articoli suoi molto carini sugli uccelli giardinieri) alla fisiologia umana, all'ecologia per approdare, infine, alla storia e all'antropologia. Nel '97 tira fuori questo best seller che gli valse il premio Pulitzer di saggistica e lo consacrò come intellettuale di fama mondiale.
Armi, Acciaio e Malattie cerca di tratteggiare il corso della storia umana dalla nascita delle prime società agricole, ma con un taglio abbastanza particolare. Diamond, infatti, vuole cercare di rispondere alla domanda di un amico che ebbe modo di incontrare in Nuova Guinea: «Come mai voi bianchi avete tutto questo cargo e lo portate qui in Nuova Guinea, mentre noi neri ne abbiamo così poco?». Come mai lo sviluppo sociale, tecnologico, economico delle varie popolazioni umane ha seguito traiettorie così diverse, dando luogo ad una crescita diseguale che ha permesso la supremazia di alcuni popoli su altri? L'aspetto interessante della trattazione è che l'autore adotta la prospettiva della storia naturale, mostrando come le differenze geografiche e ambientali all'inizio e nel corso della storia umana abbiano giocato un ruolo fondamentale nella "corsa" tra le diverse società umane.
In che modo la forma dei continenti ha favorito o ostacolato il trasporto di prodotti e la diffusione di innovazioni tra popolazioni diverse? In che modo il clima ha consentito o ostacolo lo sviluppo di certi prodotti agricoli? Che ruolo ha avuto la presenza o meno di grossi mammiferi in un dato territorio? E perché agricoltura e allevamento hanno soppiantato le società di cacciatori-raccoglitori? Perché in alcuni popoli si è assistito ad un aumento rapido di complessità nelle tecnologie rispetto ad altri? E cosa dire sul diffondersi delle malattie?
Il libro scivola agilmente tra trattazioni generali e indagini localizzate in un certo periodo e territorio, confrontando l'evoluzione sociale di popolazioni limitrofe, indagando le cause storiche e riflettendo su alcuni snodi della storia umana ("Perché furono gli spagnoli a giungere nelle Americhe e a catturare i regnanti stranieri, invece del contrario?"; "Perché la ruota sviluppata dagli aztechi non venne mai usata per lo spostamento di materiali?"; "Perché i colonizzatori europei riuscirono subito a stabilizzare l'agricoltura in Sudafrica occidentale mentre le popolazioni precedenti non ci sono riuscite?").
Una delle critiche mosse al lavoro di Diamond è stata quella di riproporre una sorta di "determinismo ambientale" per il quale l'evoluzione culturale umana sarebbe totalmente riducibile a fattori biologici, geografici ed ecologici, rendendo marginale la dimensione dell'innovazione e della creatività individuale. Ma questa critica - come riconosce lo stesso autore - sarebbe una restituzione molto povera delle reali conclusioni del libro. Armi acciaio e malattie, a mio parere, ha il merito di mostrare come le culture umane siano profondamente radicate nel mondo dei fenomeni naturali: esse devono necessariamente fare i conti con il clima, la geografia, le risorse, i quali hanno da sempre plasmato lo sviluppo dei popoli dando delle condizioni di partenza favorevoli ad alcuni rispetto ad altri (accumulatesi nel corso del tempo). Questo non significa che la dimensione socio-culturale interna (a. k. a. le specifiche innovazioni culturali emerse nei vari popoli) non abbiano giocato un proprio, importante, ruolo (vedasi il conservatorismo dell'elite nobiliare giapponese sulla diffusione delle armi da fuoco nel Sol Levante), ma che l'accidentalità geografica e storica è ugualmente fondamentale per capire come mai nella storia umana certe culture siano arrivate a sottometterne altre attraverso le loro diverse risorse, mezzi e tecnologie*.
Per quanto probabilmente tutto questo sia ancora insufficiente a rispondere alla difficile domanda di Yali, si tratta di una lettura molto avvincente che permette di avere uno sguardo al tempo stesso d'insieme e localizzato sulle vicende della storia umana.
NOTA:
Saggio che ha fatto scuola questo, dedicato agli amici storici
Diamond è uno di quegli studiosi molto versatili, che nella vita si è occupato di tante cose diverse, dagli uccelli (ho letto articoli suoi molto carini sugli uccelli giardinieri) alla fisiologia umana, all'ecologia per approdare, infine, alla storia e all'antropologia. Nel '97 tira fuori questo best seller che gli valse il premio Pulitzer di saggistica e lo consacrò come intellettuale di fama mondiale.
Armi, Acciaio e Malattie cerca di tratteggiare il corso della storia umana dalla nascita delle prime società agricole, ma con un taglio abbastanza particolare. Diamond, infatti, vuole cercare di rispondere alla domanda di un amico che ebbe modo di incontrare in Nuova Guinea: «Come mai voi bianchi avete tutto questo cargo e lo portate qui in Nuova Guinea, mentre noi neri ne abbiamo così poco?». Come mai lo sviluppo sociale, tecnologico, economico delle varie popolazioni umane ha seguito traiettorie così diverse, dando luogo ad una crescita diseguale che ha permesso la supremazia di alcuni popoli su altri? L'aspetto interessante della trattazione è che l'autore adotta la prospettiva della storia naturale, mostrando come le differenze geografiche e ambientali all'inizio e nel corso della storia umana abbiano giocato un ruolo fondamentale nella "corsa" tra le diverse società umane.
In che modo la forma dei continenti ha favorito o ostacolato il trasporto di prodotti e la diffusione di innovazioni tra popolazioni diverse? In che modo il clima ha consentito o ostacolo lo sviluppo di certi prodotti agricoli? Che ruolo ha avuto la presenza o meno di grossi mammiferi in un dato territorio? E perché agricoltura e allevamento hanno soppiantato le società di cacciatori-raccoglitori? Perché in alcuni popoli si è assistito ad un aumento rapido di complessità nelle tecnologie rispetto ad altri? E cosa dire sul diffondersi delle malattie?
Il libro scivola agilmente tra trattazioni generali e indagini localizzate in un certo periodo e territorio, confrontando l'evoluzione sociale di popolazioni limitrofe, indagando le cause storiche e riflettendo su alcuni snodi della storia umana ("Perché furono gli spagnoli a giungere nelle Americhe e a catturare i regnanti stranieri, invece del contrario?"; "Perché la ruota sviluppata dagli aztechi non venne mai usata per lo spostamento di materiali?"; "Perché i colonizzatori europei riuscirono subito a stabilizzare l'agricoltura in Sudafrica occidentale mentre le popolazioni precedenti non ci sono riuscite?").
Una delle critiche mosse al lavoro di Diamond è stata quella di riproporre una sorta di "determinismo ambientale" per il quale l'evoluzione culturale umana sarebbe totalmente riducibile a fattori biologici, geografici ed ecologici, rendendo marginale la dimensione dell'innovazione e della creatività individuale. Ma questa critica - come riconosce lo stesso autore - sarebbe una restituzione molto povera delle reali conclusioni del libro. Armi acciaio e malattie, a mio parere, ha il merito di mostrare come le culture umane siano profondamente radicate nel mondo dei fenomeni naturali: esse devono necessariamente fare i conti con il clima, la geografia, le risorse, i quali hanno da sempre plasmato lo sviluppo dei popoli dando delle condizioni di partenza favorevoli ad alcuni rispetto ad altri (accumulatesi nel corso del tempo). Questo non significa che la dimensione socio-culturale interna (a. k. a. le specifiche innovazioni culturali emerse nei vari popoli) non abbiano giocato un proprio, importante, ruolo (vedasi il conservatorismo dell'elite nobiliare giapponese sulla diffusione delle armi da fuoco nel Sol Levante), ma che l'accidentalità geografica e storica è ugualmente fondamentale per capire come mai nella storia umana certe culture siano arrivate a sottometterne altre attraverso le loro diverse risorse, mezzi e tecnologie*.
Per quanto probabilmente tutto questo sia ancora insufficiente a rispondere alla difficile domanda di Yali, si tratta di una lettura molto avvincente che permette di avere uno sguardo al tempo stesso d'insieme e localizzato sulle vicende della storia umana.
NOTA:
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Re: I Saggi del Cuore: letture e idee che lasciano un segno
Direi che il topic muore qua, grazie agli utenti che mi hanno seguito finora
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Re: I Saggi del Cuore: letture e idee che lasciano un segno
Non ce n'è bisogno, dai che ci siamo un po' tutti autosuggestionati anche per colpa di chi ci ha marciato.
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Re: I Saggi del Cuore: letture e idee che lasciano un segno
Ma il mio post sulla eccessiva razionalizzazione di Inklings è stato cancellato perché?
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Re: I Saggi del Cuore: letture e idee che lasciano un segno
Peccato, anche se non rispondevo molto era sempre interessante leggere i tuoi pareri sui vari saggi. Se apri un blog o account social dove continui il lavoro seguo volentieri
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Re: I Saggi del Cuore: letture e idee che lasciano un segno
Ma che avete cancellato i post che menzionavano la questione?
Vabbè, comunque ok, aspetto vedere come evolve il tutto e nel caso si torni a una gestione normale continuo qua
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Re: I Saggi del Cuore: letture e idee che lasciano un segno
30/52.
Rieccoci per l'ultimo appuntamento dell'anno, il primo della nuova gestione di TW.
Avendolo iniziato con un classico del pensiero biologico, mi sembra una bella ringkomposition chiudere l'anno con un altro grande classico di un autore che deve molto alla rivoluzione darwiniana.
Quindi bando agli indugi e buone feste.
Konrad Lorenz è stato uno dei padri fondatori dell'etologia, lo studio del comportamento animale, per il quale prese il Nobel insieme a Niko Tinbergen e Karl von Frisch. Popolarmente è noto per i suoi studi sull'imprinting nelle oche selvatiche e per libri bestseller come L'anello di Re Salomone, L'uomo incontrò il cane e L'aggressività. Oltre ai suoi contributi nelle scienze biologiche, da ricordare pure il suo impatto nella filosofia novecentesca, ad esempio con la sua proposta di un'epistemologica evoluzionistica e la sua rilettura delle categorie kantiane*, oltre che per le sue riflessioni etiche.
Il libricino di oggi, invece, è una bella introduzione ragionata e un compendio agli studi etologici in una prospettiva metodologica e storica. Oltre ad enunciare i principali esperimenti (spesso divisi per macro-categorie comportamentali, es. fuga, attacco, gioco, etc.) e ai metodi che hanno portato allo sviluppo di questa disciplina, Lorenz riflette sulla posizione che essa assume rispetto al resto delle scienze biologiche (molto bella in questo senso la parte iniziale rispetto al "pensiero biologico" e al rapporto con la teoria dell'evoluzione), ad altre correnti di pensiero (es. comportamentismo) e ad alcuni problemi fondamentali della storia del pensiero, come la dicotomia Natura-Cultura o il conflitto tra innato ed appreso (nature-nurture).
L'aspetto più affascinante di questa disciplina, infatti, è che essa ha contribuito a smontare le visioni tradizionali** che relegavano gli altri animali al ruolo creature brute, prive di intelletto, capacità di apprendimento e complessità, restituendo con il tempo un'immagine sfaccettata del comportamento animale che travalica le vecchie dicotomie. Questo aspetto risulta evidente nel problema di stabilire se un comportamento sia innato o appreso, una distinzione che ha iniziato ad apparire più sfocata e meno definita, soprattutto quando usata come marchio di distinzione tra le categorie dell'Umano e dell'Animale, e sul problema di che cosa sia un "istinto". Quelle che vengono riconosciute come fixed actions patterns (FAP) in origine potevano essere serie di azioni plastiche selezionatesi nel corso dell'evoluzione, così come possono a proprio volta costituire una base per a nuove sequenze apprese più complesse; un istinto apparentemente semplice può essere invece la combinazione di più moduli comportamentali sviluppatisi in tempi evolutivi diversi ed aperti a plasticità e nuove modificazioni***.
In un certo senso, si potrebbe vedere l'etologia come una rivoluzione complementare a quella avvenuta con la teoria dell'evoluzione: se quest'ultima mostrava come gli esseri umani fossero il prodotto di uno stesso processo che ci accomuna con il mondo naturale e gli altri animali (di cui ereditiamo tratti, omologie e comportamenti comuni), la prima invece riconsidera gli altri animali non più in un senso privativo o negativo rispetto all'umano, ma sotto una luce nuova alle precedenti tradizioni, scorgendone le capacità di azione, la complessità, le possibilità cognitive, affettive e culturali.**** Non è un caso che proprio negli anni '60, in concomitanza con l'avanzamento degli studi etologici (in laboratorio e sul campo), si registrano anche dei cambiamenti fondamentali da un punto di vista etico, con i primi testi di condanna alla condizione degli allevamenti intensivi e delle altre forme di sfruttamento***** e le prime proposte per rendere più etica la sperimentazione animale******.
Insomma, un ottimo testo per comprendere una disciplina che ha plasmato in modo fondamentale il mondo in cui oggi possiamo guardare agli altri animali. Un testo che forse può apparire un po' datato rispetto agli esperimenti (anche se essi rimangono più che validi), ma ha l'indubbio merito di trattare l'argomento sotto una molteplicità di prospettive diverse e di riflettere in modo acuto sull'impatto che lo studio del comportamento animale ha avuto e continua ad avere sulla storia del pensiero. Lorenz, dal canto suo, dimostra una scrittura brillante che riesce a mantenere sia l'alto rigore scientifico di un ricercatore esperto che la passione e il trasporto di un romanziere ispirato. Tutti gli elementi necessari per poter parlare di un classico senza tempo.
NOTE:
Rieccoci per l'ultimo appuntamento dell'anno, il primo della nuova gestione di TW.
Avendolo iniziato con un classico del pensiero biologico, mi sembra una bella ringkomposition chiudere l'anno con un altro grande classico di un autore che deve molto alla rivoluzione darwiniana.
Quindi bando agli indugi e buone feste.
Konrad Lorenz è stato uno dei padri fondatori dell'etologia, lo studio del comportamento animale, per il quale prese il Nobel insieme a Niko Tinbergen e Karl von Frisch. Popolarmente è noto per i suoi studi sull'imprinting nelle oche selvatiche e per libri bestseller come L'anello di Re Salomone, L'uomo incontrò il cane e L'aggressività. Oltre ai suoi contributi nelle scienze biologiche, da ricordare pure il suo impatto nella filosofia novecentesca, ad esempio con la sua proposta di un'epistemologica evoluzionistica e la sua rilettura delle categorie kantiane*, oltre che per le sue riflessioni etiche.
Il libricino di oggi, invece, è una bella introduzione ragionata e un compendio agli studi etologici in una prospettiva metodologica e storica. Oltre ad enunciare i principali esperimenti (spesso divisi per macro-categorie comportamentali, es. fuga, attacco, gioco, etc.) e ai metodi che hanno portato allo sviluppo di questa disciplina, Lorenz riflette sulla posizione che essa assume rispetto al resto delle scienze biologiche (molto bella in questo senso la parte iniziale rispetto al "pensiero biologico" e al rapporto con la teoria dell'evoluzione), ad altre correnti di pensiero (es. comportamentismo) e ad alcuni problemi fondamentali della storia del pensiero, come la dicotomia Natura-Cultura o il conflitto tra innato ed appreso (nature-nurture).
L'aspetto più affascinante di questa disciplina, infatti, è che essa ha contribuito a smontare le visioni tradizionali** che relegavano gli altri animali al ruolo creature brute, prive di intelletto, capacità di apprendimento e complessità, restituendo con il tempo un'immagine sfaccettata del comportamento animale che travalica le vecchie dicotomie. Questo aspetto risulta evidente nel problema di stabilire se un comportamento sia innato o appreso, una distinzione che ha iniziato ad apparire più sfocata e meno definita, soprattutto quando usata come marchio di distinzione tra le categorie dell'Umano e dell'Animale, e sul problema di che cosa sia un "istinto". Quelle che vengono riconosciute come fixed actions patterns (FAP) in origine potevano essere serie di azioni plastiche selezionatesi nel corso dell'evoluzione, così come possono a proprio volta costituire una base per a nuove sequenze apprese più complesse; un istinto apparentemente semplice può essere invece la combinazione di più moduli comportamentali sviluppatisi in tempi evolutivi diversi ed aperti a plasticità e nuove modificazioni***.
In un certo senso, si potrebbe vedere l'etologia come una rivoluzione complementare a quella avvenuta con la teoria dell'evoluzione: se quest'ultima mostrava come gli esseri umani fossero il prodotto di uno stesso processo che ci accomuna con il mondo naturale e gli altri animali (di cui ereditiamo tratti, omologie e comportamenti comuni), la prima invece riconsidera gli altri animali non più in un senso privativo o negativo rispetto all'umano, ma sotto una luce nuova alle precedenti tradizioni, scorgendone le capacità di azione, la complessità, le possibilità cognitive, affettive e culturali.**** Non è un caso che proprio negli anni '60, in concomitanza con l'avanzamento degli studi etologici (in laboratorio e sul campo), si registrano anche dei cambiamenti fondamentali da un punto di vista etico, con i primi testi di condanna alla condizione degli allevamenti intensivi e delle altre forme di sfruttamento***** e le prime proposte per rendere più etica la sperimentazione animale******.
Insomma, un ottimo testo per comprendere una disciplina che ha plasmato in modo fondamentale il mondo in cui oggi possiamo guardare agli altri animali. Un testo che forse può apparire un po' datato rispetto agli esperimenti (anche se essi rimangono più che validi), ma ha l'indubbio merito di trattare l'argomento sotto una molteplicità di prospettive diverse e di riflettere in modo acuto sull'impatto che lo studio del comportamento animale ha avuto e continua ad avere sulla storia del pensiero. Lorenz, dal canto suo, dimostra una scrittura brillante che riesce a mantenere sia l'alto rigore scientifico di un ricercatore esperto che la passione e il trasporto di un romanziere ispirato. Tutti gli elementi necessari per poter parlare di un classico senza tempo.
NOTE:
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Re: I Saggi del Cuore: letture e idee che lasciano un segno
31/52.
Anno nuovo, stesso concept.
Ripartiamo con un saggio molto carino che ho avuto modo di leggere recentemente.
L'archeologo Colin Renfrew ci propone in questo saggio una visione d'insieme sull'evoluzione umana della nostra specie tra paleolitico e neolitico, riflettendo su che cosa abbia permesso alla nostra specie di raggiungere le proprie capacità sociali, simboliche, cognitive, artistiche, etc.
La prima parte del libro offre una ricapitolazione sull'evoluzione storica dell'archeologia e degli studi sulla preistoria dalle loro origini fino all'epoca contemporanea. Vengono affrontati i problemi della definizione di che cosa conti come "preistoria", il rapporto con altre scienze (es. biologia evoluzionistica), le differenze geografiche ed etniche delle popolazioni comunemente studiate, le tecniche e le metodologie applicate per ricavare informazioni dal passato. Ne risulta un'introduzione piuttosto dettagliata ma molto accessibile anche a lettori digiuni di queste tematiche, che permette di capire abbastanza agevolmente il proseguo del saggio, incentrato invece sulla comprensione dell'evoluzione cognitiva di Homo sapiens. Questa branca, spiega Renfrew, è definita anche come archeologia cognitiva, ossia la (difficile) ricostruzione della dimensione mentale dei nostri antenati umani a partire dai resti della loro cultura materiale.
La seconda parte si apre con quello che Renfrew definisce come paradosso preistorico, che secondo l'autore costituisce la sfida interpretativa per eccellenza rispetto allo studio della preistoria. In sintesi, il paradosso deriverebbe dal fatto che Homo sapiens mostra alcuni dei suoi tratti comportamentali più peculiari solo in un periodo molto successivo rispetto alla sua comparsa come specie. Se i dati ci dicono che la nostra specie è emersa circa 200000 anni fa, come mai troviamo tracce di pitture rupestre, di sepoltura e di organizzazioni sociali complesse soltanto poche decine di migliaia di anni fa, in un periodo successivo rispetto alla nostra uscita dall'Africa (ca. 100000 anni fa)? Alcuni di questi comportamenti sono pervasivi di Homo sapiens*, cosa che farebbe supporre a delle differenze genetiche fondamentali tra la nostra specie e gli altri membri del genere Homo, ma il fatto che essi si manifestino così tardi (almeno relativamente ai dati a disposizione) pone un problema non indifferente.
Secondo Renfrew, l'evoluzione di questi comportamenti nella nostra specie sarebbe un portato storico dei processi attraverso cui i nostri antenati sapiens hanno interagito con il proprio mondo materiale. La teoria proposta, definita come "teoria dell'impegno materiale" (material engagement theory), afferma che la cultura materiale dei nostri antenati - quali gli strumenti litici, gli ornamenti, e gli oggetti delle pratiche sociali condivise - non è solo il semplice prodotto di un mondo simbolico presente nella mente dei nostri antenati, quanto una serie di protesi comportamentali che nel tempo avrebbero retroagito sui processi cognitivi e simbolici dei propri utilizzatori, permettendo loro di sviluppare un pensiero cosciente e complesse visioni del mondo. Per esempio, forse è proprio il continuo utilizzo della pietra come strumento ad aver permesso nel corso delle generazioni un'autocomprensione dell'utilizzatore come soggetto capace di agire (e di "usare" il proprio corpo come strumento); l'utilizzo di ornamenti come ocre e conchiglie non deriverebbe da una precedente comprensione di che cosa sia il "valore", ma col tempo avrebbe prodotto questo simbolo cognitivo negli utilizzatori; o ancora, la pratica della sepoltura non è il prodotto di una visione del morto come ancora presente (anzi, è probabile che in origine fosse solo l'allontanamento di un corpo in putrefazione), ma forse è proprio continuando a seppellire i morti che i nostri antenati iniziarono a concepirli come qualcosa da conservare nella propria memoria.
Questo, secondo Renfrew, potrebbe colmare il paradosso preistorico e spiegare il tempo impiegato dalla nostra specie per sviluppare quei comportamenti che, oggi, identifichiamo con l'essere umani. In principio era l'azione, l'impegno materiale col mondo. In innumerevoli generazioni e attraverso molteplici processi di migrazione, conservazione e innovazione culturale (e grazie anche ad una predisposizione della nostra specie dovuta a cambiamenti nel nostro genoma), questo impegno materiale si fece pensiero complesso, simbolismo, mitologia. E questa nuova dimensione mentale, a propria volta, influenzò il comportamento delle nuove generazioni, permettendo lo sviluppo del pensiero complesso. Secondo Renfrew, il turning point dell'evoluzione cognitiva umana fu infine la sedentarizzazione, il passaggio da uno stile di vita nomade a società stanziali, perché questa innovazione comportò ulteriori possibilità di impegno nel mondo materiale, sconosciute alle generazioni precedenti: l'agricoltura, l'allevamento, la lavorazione dei metalli, la definizioni di luoghi di culto (e forse proprio questi ultimi costituirono i motivi iniziali che favorirono il sedentarismo), etc. Nell'ultima parte del saggio l'autore si concentra su alcuni di questi passaggi della rivoluzione del Neolitico, trattandoli sia in termini generali sia con un'attenzione alla specificità delle singole civiltà antiche.
Libro molto scorrevole che riesce contemporaneamente a tratteggiare degli elementi generali di introduzione alla preistoria (soprattutto per i non addetti ai lavori) e a proporre un'ipotesi interpretativa per le problematiche rimaste aperte in questa disciplina, guardate come sfide aperte che renderanno interessanti le scoperte degli anni a venire.
Anno nuovo, stesso concept.
Ripartiamo con un saggio molto carino che ho avuto modo di leggere recentemente.
L'archeologo Colin Renfrew ci propone in questo saggio una visione d'insieme sull'evoluzione umana della nostra specie tra paleolitico e neolitico, riflettendo su che cosa abbia permesso alla nostra specie di raggiungere le proprie capacità sociali, simboliche, cognitive, artistiche, etc.
La prima parte del libro offre una ricapitolazione sull'evoluzione storica dell'archeologia e degli studi sulla preistoria dalle loro origini fino all'epoca contemporanea. Vengono affrontati i problemi della definizione di che cosa conti come "preistoria", il rapporto con altre scienze (es. biologia evoluzionistica), le differenze geografiche ed etniche delle popolazioni comunemente studiate, le tecniche e le metodologie applicate per ricavare informazioni dal passato. Ne risulta un'introduzione piuttosto dettagliata ma molto accessibile anche a lettori digiuni di queste tematiche, che permette di capire abbastanza agevolmente il proseguo del saggio, incentrato invece sulla comprensione dell'evoluzione cognitiva di Homo sapiens. Questa branca, spiega Renfrew, è definita anche come archeologia cognitiva, ossia la (difficile) ricostruzione della dimensione mentale dei nostri antenati umani a partire dai resti della loro cultura materiale.
La seconda parte si apre con quello che Renfrew definisce come paradosso preistorico, che secondo l'autore costituisce la sfida interpretativa per eccellenza rispetto allo studio della preistoria. In sintesi, il paradosso deriverebbe dal fatto che Homo sapiens mostra alcuni dei suoi tratti comportamentali più peculiari solo in un periodo molto successivo rispetto alla sua comparsa come specie. Se i dati ci dicono che la nostra specie è emersa circa 200000 anni fa, come mai troviamo tracce di pitture rupestre, di sepoltura e di organizzazioni sociali complesse soltanto poche decine di migliaia di anni fa, in un periodo successivo rispetto alla nostra uscita dall'Africa (ca. 100000 anni fa)? Alcuni di questi comportamenti sono pervasivi di Homo sapiens*, cosa che farebbe supporre a delle differenze genetiche fondamentali tra la nostra specie e gli altri membri del genere Homo, ma il fatto che essi si manifestino così tardi (almeno relativamente ai dati a disposizione) pone un problema non indifferente.
Secondo Renfrew, l'evoluzione di questi comportamenti nella nostra specie sarebbe un portato storico dei processi attraverso cui i nostri antenati sapiens hanno interagito con il proprio mondo materiale. La teoria proposta, definita come "teoria dell'impegno materiale" (material engagement theory), afferma che la cultura materiale dei nostri antenati - quali gli strumenti litici, gli ornamenti, e gli oggetti delle pratiche sociali condivise - non è solo il semplice prodotto di un mondo simbolico presente nella mente dei nostri antenati, quanto una serie di protesi comportamentali che nel tempo avrebbero retroagito sui processi cognitivi e simbolici dei propri utilizzatori, permettendo loro di sviluppare un pensiero cosciente e complesse visioni del mondo. Per esempio, forse è proprio il continuo utilizzo della pietra come strumento ad aver permesso nel corso delle generazioni un'autocomprensione dell'utilizzatore come soggetto capace di agire (e di "usare" il proprio corpo come strumento); l'utilizzo di ornamenti come ocre e conchiglie non deriverebbe da una precedente comprensione di che cosa sia il "valore", ma col tempo avrebbe prodotto questo simbolo cognitivo negli utilizzatori; o ancora, la pratica della sepoltura non è il prodotto di una visione del morto come ancora presente (anzi, è probabile che in origine fosse solo l'allontanamento di un corpo in putrefazione), ma forse è proprio continuando a seppellire i morti che i nostri antenati iniziarono a concepirli come qualcosa da conservare nella propria memoria.
Questo, secondo Renfrew, potrebbe colmare il paradosso preistorico e spiegare il tempo impiegato dalla nostra specie per sviluppare quei comportamenti che, oggi, identifichiamo con l'essere umani. In principio era l'azione, l'impegno materiale col mondo. In innumerevoli generazioni e attraverso molteplici processi di migrazione, conservazione e innovazione culturale (e grazie anche ad una predisposizione della nostra specie dovuta a cambiamenti nel nostro genoma), questo impegno materiale si fece pensiero complesso, simbolismo, mitologia. E questa nuova dimensione mentale, a propria volta, influenzò il comportamento delle nuove generazioni, permettendo lo sviluppo del pensiero complesso. Secondo Renfrew, il turning point dell'evoluzione cognitiva umana fu infine la sedentarizzazione, il passaggio da uno stile di vita nomade a società stanziali, perché questa innovazione comportò ulteriori possibilità di impegno nel mondo materiale, sconosciute alle generazioni precedenti: l'agricoltura, l'allevamento, la lavorazione dei metalli, la definizioni di luoghi di culto (e forse proprio questi ultimi costituirono i motivi iniziali che favorirono il sedentarismo), etc. Nell'ultima parte del saggio l'autore si concentra su alcuni di questi passaggi della rivoluzione del Neolitico, trattandoli sia in termini generali sia con un'attenzione alla specificità delle singole civiltà antiche.
Libro molto scorrevole che riesce contemporaneamente a tratteggiare degli elementi generali di introduzione alla preistoria (soprattutto per i non addetti ai lavori) e a proporre un'ipotesi interpretativa per le problematiche rimaste aperte in questa disciplina, guardate come sfide aperte che renderanno interessanti le scoperte degli anni a venire.
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Re: I Saggi del Cuore: letture e idee che lasciano un segno
Eh, mi sono un po' perso via con altre cose, prossimi giorni ne metto uno che ho letto recentemente.