42 - La vera storia di una leggenda americana è la storia di Jackie Robinson, il primo afroamericano a giocare nella MLB in epoca moderna (fino agli anni '80 del 1800 c'erano stati altri giocatori, poi si arrivò alla segregazione con le Leggi Jim Crown).
Il film è interessante perché è la storia di Robinson lo è, ma è eccessivamente didascalico e la mise en scene è un po' fiacca in alcuni punti.
Ciò non vuol dire che non scorra bene, anzi, il cast è ottimo e i vari episodi rappresentati sono scanditi molto bene (
).
Le uniche grandi concessioni alla romanzatura sono le motivazioni razziste di Ostermuller (e la conseguente rissa) e probabilmente l'incontro tra Jackie e il giovane Ed Charles (che comunque andò veramente a vederlo giocare a Montreal). Ah forse pure la storia che fa da preambolo alle motivazioni di Branch Rickley, il manager che porta Robinson nei Brooklyn Dodgers.
È un gran bel pezzo di pop culture a stelle e striscie, non solo consente di capire meglio le battute dei Simpson, ma aiuta anche a contestualizzare le differenze tra Stati del nord (molto più tolleranti) e quelli del sud, e varie sfumature di apertura mentale dei bianchi dell'epoca
Ottimo Boseman, Harrison Ford è un po' penalizzato dalla postura, mentre si vede in un ruolo rilassato John C. McGinley (il Dr. Cox).
Titoli di coda con un bello swing del '49 dedicato proprio a Robinson.
***1/2
La lunga strada verso casa
Avevo inteso che fosse una commedia, o almeno un film rilassato seppur in un contesto storico tumultuoso, e invece ha dei momenti drammatici abbastanza intensi.
Whoopi Goldberg è la domestica di colore di una famiglia di bianchi più che benestanti, anche altolocati direi, e la vicenda si muove attorno al boicottaggio degli autobus da parte dei neri a Montgomery nel 1955, dopo l'arresto di Rosa Parks. Il gesto però comporta che le tante domestiche delle famiglie bianche dovranno andare al lavoro a piedi, od organizzandosi in qualche modo.
Più che la vicenda storica il film si concentra sugli effetti che questa avrà sulla vita delle protagoniste. La Goldberg veniva accompagnata dalla sua datrice di lavoro due volte a settimana, all'insaputa del marito della signora, un uomo all'inizio mite ma schiacciato dalle pressioni del resto degli altoborghesi bianchi tutti molto ostili alla comunità nera. Anche la signora, Sissy Spacek, ad inizio film sembra più aperta mentalmente, ma in realtà conserva un razzismo interiorizzato che rimane fino a quando il marito non le proibisce di dare i passaggi alla domestica.
La Goldberg vorrebbe proteggere la sua datrice di lavoro e l'avverte di cosa potrebbe rischiare, ma lei si mette lo stesso a fare l'autista per le donne di colore, perché vuole contribuire in prima persona alla causa, e non staccando solo un assegno (perché sarebbero soldi del marito, non suoi).
Bel racconto di emancipazione, solidarietà con un finale intenso e molto sentimento. La Goldberg parla per primi piani, la Spacek molto brava. Ci sono pure Dwight Schultz, Erika Alexander e Ving Rhames. È una produzione povera, la regia è senza guizzi ma non direi piatta. È garbata come tutto il film.
Martin Luther King rimane sullo sfondo non comparendo mai, se non in voce sui titoli di coda ("How Long, Not Long").
Su IMDB ha un buon voto (7,3), mentre sul Davinotti è trattato freddamente (due pallini e mezzo).
***3/4
Pare che alla prima uscita nel 1990 il film andò male, ma poi Harvey Weinstein lo fece vedere a Coretta Scott King, ebbe la sua approvazione pubblica e così fu redistribuito.