Contro la fantascienza di Mauro Covacich
«Blade Runner», «Solaris», «2001: Odissea nello spazio»... Ma davvero quelli che sono ritenuti capolavori del genere hanno previsto tutto? E poi, diciamolo, quanto sono meglio i film dei libri... Uno scrittore smonta le capacità visionarie dei maestri. Il futuro non è mai stato così diverso da come è stato immaginato. E scritto. Il dibattito è aperto.
Sin da ragazzo ho trovato difficile l'approccio alla fantascienza e, ora che il futuro è arrivato, non riesco davvero a capacitarmi delle mirabolanti considerazioni che ancora oggi sento fare quanto alla capacità predittiva degli scrittori specializzati nel genere in questione. I pochi romanzi che ho letto della cosiddetta science fiction devono la mia curiosità esclusivamente ai film che da quei romanzi sono stati tratti. Blade Runner, Solaris, 2001: Odissea nello spazio. Il percorso per me è stato sempre a ritroso, dal cinema alla letteratura, con l'immancabile risultato di preferire ogni volta la versione in pellicola.
Ricordo un cineforum all'università. Stavo guardando un film intitolato Soylent Green, mi stava piacendo parecchio, era ambientato nel 2022, dove l'unica cosa rimasta commestibile in un pianeta ormai rinsecchito era un'alga artificiale venduta in tavolette. Gli umani si azzuffavano per averne un pezzetto, se la passavano malissimo, anche i più fortunati dormivano nei sottoscala di quartieri ridotti a lazzaretto. Chi voleva farla finita si dirigeva al tempio, una specie di clinica piena di infermieri premurosi, dove si addormentava per sempre bevendo un nuovo tipo di cicuta mentre guardava su uno schermo panoramico praterie, ruscelli, cerbiatti e altre meraviglie della cara vecchia natura andata perduta eccetera eccetera. Alla fine si scopriva che quelle tavolette di alga artificiale erano composte dai cadaveri del tempio, insomma corpi morti per nutrire corpi vivi, un processo esemplare di riciclaggio. Ebbene, verso la conclusione, la mia vicina di posto, proprio mentre stavo per sussurrarle quanto mi stava piacendo il film, era esplosa in uno sfogo furibondo contro il professore che lo aveva scelto, palesemente, secondo lei, per una sua personale contiguità al movimento per la vita. Dal punto di vista della mia compagna di corso era evidente che quella a cui stavamo assistendo era un'interpretazione bigotta, complottista, cinica, squallida, e non so che altro ancora, del suicidio assistito. Non bastava certo il pedestre ecologismo apocalittico di un filmetto da quattro soldi a giustificare una visione così falsata del problema, questo mi sussurrava nell'orecchio. Inutile dire che mi sono innamorato all'istante di lei. Eravamo nel 1989 e la vera fantascienza stava succedendo sotto i nostri occhi: il Muro di Berlino crollato in una notte e tutte quelle persone che ci si arrampicavano sopra felici, incredule ancora più di noi che le guardavamo in tv, sì incredule di come il futuro fosse arrivato senza alcun preavviso, spazzando d'un tratto le uniche certezze su cui si reggeva quella che ancora nessuno all'epoca chiamava geopolitica.
Chissà com'era il libro da cui è stato tratto Soylent Green, io non mi ci sono mai avvicinato. Comunque sia, quattro anni dopo il 2022, quelle tavolette di alghe, se Dio vuole, non sono state ancora prodotte, ma nemmeno il cibo in pillole (anche gli astronauti mangiano pietanze normali), né le auto volanti o le navicelle spaziali. Non sono ancora state costruite le strade intergalattiche, né gli androidi, né dei robot domestici credibili, tantomeno sono spuntati gli uomini bicefali con le orecchie da pipistrello. Ci hanno raggiunto invece i social media, senza che nessuno ne abbia mai neanche lontanamente prefigurato la genesi (per non parlare degli effetti...). Ma prima di Facebook ci eravamo già inventati: la rete, la posta elettronica, il trasferimento di testi e immagini in tempo reale. Subito dopo sono arrivate le videocomunicazioni da una parte all'altra del pianeta tramite un piccolo telefono senza fili che non smettiamo un istante di titillare, poi la produzione di oggetti in stampanti 3D, poi l'acquisizione immediata di ogni tipo di merce e la sua consegna nel giro di ventiquattrore, e poi e poi e poi. Ci aspettavamo navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione, ma noi ad Orione non abbiamo neanche mai tentato di avvicinarci. E mentre pensiamo a colmare le migliaia di anni luce che ci separano dai suoi bastioni, stiamo procedendo a una radicale rarefazione della materia nei processi digitali.
Ora, tutto questo per dire che avevo già forti pregiudizi verso il potenziale profetico degli scrittori di fantascienza. Tuttavia non potevo resistere ancora a lungo all'entusiasmo persuasivo di un consigliere d'eccezione - immagino capiti un po' a tutti di farsi attirare dai libri che appassionano le persone che ammiriamo -. Sicché leggendo Kolchoz, il nuovo romanzo di Emmanuel Carrère, mi sono trovato di fronte alla necessità non più aggirabile di sanare la mia lacuna su Ubik di Philip Dick, considerato dall'autore francese uno dei più grandi capolavori mai scritti, dichiarazione espressa con entusiasmo se possibile ancora maggiore nell'introduzione dello stesso Carrère all'edizione tascabile che ho acquistato. Nel romanzo di Dick lo spray Ubik ha dei poteri miracolosi, qualcosa che aumenta il decadimento della realtà o lo rallenta fino a invertirlo. Secondo Carrère, Dick ha pensato a una specie di metafora dell'Lsd, la cui esperienza euristica e insieme destabilizzante è stata fonte di inesauribile riflessione per lo scrittore americano che, peraltro, sembra abbia assunto l'acido una volta soltanto.
Il romanzo è ambientato nel 1992, in un mondo dominato da alcune multinazionali che si affrontano subdolamente in una spietata guerra di spionaggio industriale di vecchio stampo capitalista – uno scenario fantastico abbastanza poco fantasioso –, solo che questa guerra è affidata a figure dotate di poteri paranormali. Ci sono i telepati, che sanno leggerti il pensiero. Ci sono i precog, che sanno prevedere il futuro. A contrastare i loro poteri, vengono assoldate agenzie che hanno appunto il compito di neutralizzarli con personale detto inerziale, altrettanto superdotato. Ma, come se non bastasse, ben presto tutto si complica, il tempo regredisce, gli oggetti si deteriorano assumendo la loro forma primordiale (videofoni diventano telefoni degli anni Trenta), il confine tra la vita e la morte si dissolve, così come si fondono in uno stesso amalgama vischioso la realtà e l'immaginazione. E qui devo ammettere i miei limiti: in un paesaggio umano così poco riconoscibile, situato in un orizzonte cognitivo privo di esperienze condivise, dove le cose succedono fuori da ogni logica, ovvero in modo del tutto arbitrario, io non solo fatico ad appassionarmi, ma non trovo nulla che mi faccia riflettere né tantomeno avverto qualcosa che possa risultare utile al mio inesauribile apprendistato affettivo e sentimentale di umano gettato sulla terra. Ma non sono refrattario alle atmosfere allucinatorie, anzi, amo La metamorfosi di Franz Kafka, Pasto nudo di William S. Burroughs – storie dove la vera protagonista è la scrittura –, da ragazzo ho anche cantato le canzoni di Jim Morrison. Insomma, non ho nulla contro l'idea di allargare le porte della percezione, se il mondo che mi si spalanca davanti lo riconosco come sorpresa stupefacente, paradossale eppure sempre compatibile con ciò di cui finora ho avuto esperienza. La sua vastità deve chiamarmi in gioco, lanciarmi nella vertigine che scava nella condizione umana. Se invece mi lontano, in una fumosa aleatorietà vagamente psichedelica, be' resto piuttosto freddino mia percezione preferisco tenerli più stretti.
Ecco, a proposito di porte, il futuro di Dick è anche molto rudimentale. Secondo il maestro della fantascienza per aprire una porta nel 1992 sarebbe servita una moneta. La società del futuro, piena di gente con poteri paranormali, avrebbe dovuto inserire monete praticamente in ogni elettrodomestico. Ebbene, per quanto sia facile ridere ex post, fa comunque specie osservare come il nostro presente sia caratterizzato soprattutto dalla rapida e per molti aspetti proficua sparizione delle monete. Il primo vero passo nel futuro, percepibile nella vita di tutti i giorni, è stata la digitalizzazione del denaro: pensioni e stipendi accreditati su conto corrente, bonifici istantanei, pagamenti online, tap to pay, contactless eccetera eccetera. La rarefazione del contante, che alligna ancora nei Paesi più conservatori (e con maggior evasione fiscale), è un segno indiscutibile del futuro realizzato, la cui sofisticatezza è sfuggita del tutto alla fantascienza. Al tempo stesso è decisamente fantascientifica l'attività finanziaria globale, le cui dimensioni corrispondono a cinque volte l'economia reale. Come dire che solo il venti per cento della ricchezza proviene dalla produzione di beni e servizi, il resto è fatto da soldi che generano soldi, colonne di cifre formicolanti sugli schermi dei broker come nei film, cifre assolutamente vere e affidabili di denaro fisicamente inesistente. In un sistema del genere anche l'invenzione delle criptomonete è stata tutto fuorché un salto quantico, direi piuttosto un esito naturale: valute slegate da un conio statale, prive di giurisdizioni fisiche, basate non più sulla fiducia nell'autorità di una banca centrale bensì su algoritmi matematici soggetti alla fluttuazione del mercato. In altre parole, il non plus ultra della volatilità, e quindi dell'ubiquità (questo sì, il vero ubik), pagamenti di niente, arricchimenti con niente, magia pura.
E che dire del mondo ridotto a immagine del mondo? Vissuto solo se inquadrato alle spalle dei nostri autoritratti, moltiplicato nella miriade di specchietti che lo filmano e lo trasmettono nei sistemi a circuito chiuso, le videosorveglianze che nel frattempo si sono moltiplicate in webcam sui corpi di arbitri e poliziotti e le fotocamere sulle teste degli sciatori spericolati. Un mondo dove anche una noce di cocco che cade nel fitto della foresta verrà presto ripresa e trasmessa in tempo reale e nessun fatto sulla Terra esisterà se non nella sua versione in streaming.
Ma il nostro futuro realizzato, già qui, in questi anni, prevede anche interfacce cervello-computer, con microchip impiantati nella corteccia che, decodificando i segnali neurali, permettono al paziente di controllare protesi robotiche con il solo pensiero. Da anni il cosiddetto futuro ha svelato i misteri del genoma, con la possibilità di editare il Dna segmento per segmento. Scienziati dotati di forbici molecolari modificano il patrimonio genetico di un individuo per scongiurare malattie ereditarie incurabili. Ma esistono già anche gli xenotrapianti, che sempre grazie all'ingegneria genetica possono far funzionare, che so, un rene di maiale in un paziente umano eludendo i rischi di rigetto. Oppure scienziati che stampano in 3D tessuti biologici utilizzando cellule dello stesso paziente per riparargli il cuo- re dopo un infarto. A breve avremo i computer quantistici, che sembra ci cambieranno la vita (non appena capiremo cosa sono). Nel frattempo la rete impiega un algoritmo composto da infinite stringhe binarie 0101 in grado di profilare alla perfezione i gusti di noi utenti mentre clicchiamo navigando (non è fantascientifico anche quest'uso figurato del verbo navigare?). E non ho ancora menzionato la scoperta e l'impiego massiccio dell'intelligenza artificiale, un'entità intellettualmente autonoma alla portata di tutti, che potrebbe scrivere questo articolo molto meglio di quanto stia facendo io.
Quale autore ha previsto anche solo un pezzetto di tutto questo? Allora preferisco di gran lunga il 2026 (anche se la data è incerta) immaginato da Fritz Lang in Metropolis, con la gente per strada vestita come negli anni venti del secolo scorso e uno scienziato pazzo con il suo laboratorio tutto leve, pulegge e pareti di cartone. O ancora meglio, la serie televisiva Spazio 1999, che ha nutrito il mio immaginario di preadolescente, con la sua visione super ottimistica, piena di basi lunari e vite aliene con cui affratellarci, come la misteriosa Maya, che in ogni puntata accorreva in soccorso degli altri protagonisti assumendo le sembianze più disparate: tigri, gorilla, falchi e mostri vari. Purtroppo abbiamo la certezza assoluta che non ci sono ragazze di questo tipo in giro per l'universo, ma sognare è lecito e non costa nulla, basta smetterla con le previsioni.