"Um. What's the name of the word for things not being the same always? You know, I'm sure there is one. Isn't there? ... There must be a word for it... the thing that lets you know time is happening. Is there a word?"
"Change."
Mi è capitato raramente, almeno negli ultimi tempi, di rimanere così toccato da una lettura come è avvenuto con
Sandman di Neil Gaiman & co.
Un grande racconto - o meglio, un insieme di racconti che si intrecciano in un'unica grande storia - che attraverso le vicende di Sogno e dei suoi rapporti con la sua famiglia, con gli dei, i mortali e in generale gli esseri senzienti che abitano l'universo fantastico costruito da Gaiman, tematizza la grande costante con cui noi e tutto ciò che è stato, è e sarà (e con esso tutto ciò che è mai e sarà raccontato) deve fare i conti: il cambiamento.
Sogno, il plasmatore delle storie, esiste per miliardi di anni convincendosi di essere esente dal cambiamento, che continuerà a svolgerà il suo ruolo (i suoi DOVERI) come ha sempre fatto, che le sue storie d'amore seguiranno sempre lo stesso ciclo, che lui stesso "non avrà mai una storia" (come confida a un ormai vecchio William Shakespear) e che dovrà limitarsi a vivere le storie dei suoi sognatori, perché come può esserci una storia senza un cambiamento?
Ovviamente tutto questo non è che una maschera, e nel suo "inconscio" Sogno sa già che il cambiamento è inevitabile.
I mortali si susseguono nelle loro "vite brevi", persino gli dei emergono e scompaiono (oppure cambiano lavoro), e le storie che raccontano degli uni e degli altri cambiano di conseguenza.
E nemmeno la sua famiglia è esente alla forza inarrestabile che fa sì che le cose non siano più sé stesse: Distruzione ha lasciato il suo ruolo (cosa di cui lui non riesce a comprendere i motivi), Disperazione non è "lo stesso eterno" che era all'alba dei tempi, Delizia è diventata Delirio (che lui cerca di evitare in ogni modo).
Sogno questo non lo riesce ad accettare, non lo comprende e lo terrorizza, perché sa benissimo che cambiare significa mettere in discussione la propria identità (il tema principale di
A Game of you), rischiare di non essere più quello che siamo stati.
Forse pure morire.
Per questo chiude la porta ai propri affetti, abbandona il proprio figlio non riuscendo a gestire la difficoltà del suo dolore, abbraccia una maschera di impassibilità di fronte ai propri amori spezzati, cerca di creare delle costanti che resistano al cambiamento (emblematico in questo senso la regolarità degli incontri secolari con Hob Gadling, da lui reso immortale, ma che fatica ad ammettere sia un suo "amico"), si rannicchia ossessivamente nel suo lavoro e nei suoi doveri come Principe dei Sogni.
Ma Sogno è anche consapevole che lui e i suoi famigliari, gli Eterni, dipendono dagli esseri senzienti di cui si occupano, sono espressioni universali ("modelli", come li chiama Distruzione) delle loro esistenze e coscienze, li governano tanto quanto sono governati da loro (come dice lui stesso a Desiderio).
Le vicende di
Sandman non fanno che aprire la crepa di questa verità che, dentro di sé, Sogno ha sempre saputo ma non ha mai voluto accettare. L'imprigionamento da parte dei mortali e la fragilità da esso derivanti, i suoi fallimenti nell'adempiere al suo ruolo che hanno portato a tanto dolore, l'empatia verso la sua vecchia amante Calliope e il suo destino di prigionia, il senso di colpa per quanto fatto a Nada, l'essere testimone della decisione di Lucifero (quella decisione che lui non vuole e non riesce a prendere), tutto l'arco narrativo di
Vite Brevi.
Il Principe dei Sogni che ritroviamo in
Le Eumenidi ormai lo sa. Anche lui è cambiato, e non può fare proprio niente per impedirlo.
Non può fermare i sentimenti che prova, non può dimenticare le relazioni che ha costruito (gli amori spezzati e gli affetti che sono rimasti), non può ignorare i sensi di colpa per quanto ha fatto, non può continuare a chiudersi nel suo ruolo e nella sua impassibilità come ha provato a fare fino a quel momento.
Una parte di lui vuole abbracciare questo cambiamento, desidera essere un Sogno diverso da quello che è stato fino a quel momento, fare le cose in modo nuovo. Forse solletica per un attimo i consigli di Distruzione e Lucifero.
Ma come afferma il sempre saggio Lucien:
Nelle sue vicende Sogno scopre la propria umanità, quell'umanità da cui lui stesso deriva e dipende, quell'umanità che per lunghissimo tempo si è limitato ad osservare nelle storie dei suoi sognatori, ammirandola e desiderandola, ma non comprendendola fino in fondo, temendola (temendo di poterne essere "contagiato") e chiudendosi ad essa finché ha potuto, finché non è stato impossibile farlo.
Dopotutto, cosa c'è di più umano del raccontare storie? Come poteva rimanere indifferente al cambiamento il plasmatore di tutte le storie?
Il viaggio di Sogno è stata davvero una delle esperienze di lettura più emozionanti che mi siano capitate. Ma
Sandman è anche qualcosa di più.
E' un edificio narrativo straordinario in cui i personaggi che vediamo in scena affrontano un proprio percorso di cambiamento, una ricerca di sé ("Non si cerca che questo", diceva l'Orfeo di Pavese. E aveva ragione, cazzo se aveva ragione) al confine tra sogno e realtà, in un continuto confronto tra ciò che è stato (e deve essere, come afferma Destino?) e tra ciò che non è stato, ciò che non è ancora e ciò che potrebbe essere.
Hob, Matthew, Lucifer, Daniel, il Paradiso dei Marinai, Orfeo, Rose, Barbie, Delirio, Nuala, Thessaly, Shakespeare... un labirinto di sentieri ingarbugliati (come il giardino di Destino) che si incrociano in un intreccio complesso e stratificato in cui, attraverso Sogno, ogni storia si ricollega e aiuta a completare quella degli altri, formando un disegno finale davvero soddisfacente.
Soprattutto, è un enorme lettera d'amore a tutti i racconti che noi umani continuiamo (e continueremo) a raccontare dall'inizio della nostra storia. I miti del nostro passato (anche quelli che non ci ricordiamo più), i romanzi e le poesie che siano mai stati scritti (e anche quelli che non sono mai esistiti, come sa bene Lucien), le vicende della storia umana (anche quelle che non sono avvenute o che erano solo possibili), così come quelli delle nostre "vite brevi" che non finiranno mai in un libro di storia o nel romanzo (o fumetto) di qualche scrittore.
Che bello che esistano le storie, che bello che ogni tanto qualcuno ci ricordi quanto sia bello che esistano!